apprendimento digitale - E adesso? Tesi per un dibattito.
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E adesso? Tesi per un dibattito.

"Oggi siamo tutti d’accordo sul fatto che scuole e università debbano insegnare agli studenti qualcosa sul computer, ma cosa di preciso nessuno lo sa" S. Turkle
"Diamogli le macchine e vediamo cosa succede"
battuta attribuita all’Ispettore Ministeriale M. Fierli a proposito del PSTD.

Il PSTD è (quasi) finito. Le macchine ce l’abbiamo. Internet anche. E adesso cosa ci facciamo?
Perché molti laboratori sono sottoutilizzati, nelle scuole, nei laboratori, si insegnano ancora le cose di 10,15 anni fa e i docenti che usano le tecnologie abitualmente sono passati, nel migliore dei casi, dal 5 al 10%?
Ci piacerebbe aprire una riflessione ed un dibattito, su questo sito, per rispondere insieme ad alcune domande:

  1. Quale cultura "multimediale" dobbiamo proporre ai nostri ragazzi nel dibattito di tutti i giorni?
  2. Cosa e come si può insegnare usando le tecnologie? Cosa è ancora valido e cosa no di quanto abbiamo fatto nei 20 anni in cui non avevamo tutte queste attrezzature?
  3. Quali obiettivi ci stiamo proponendo e attraverso quali esperienze pensiamo di arrivarci?

Noi diremo la nostra (vedi l’articolo di Marchisio sul primo punto e l’articolo di Albertini che entra già nel merito della sua didattica in laboratorio). Speriamo voi direte la vostra.
Potrebbero nascerne delle tesi sul ruolo delle tecnologie nella formazione.
Speriamo ne nasca almeno un dibattito, che conterrà ovviamente opinioni diverse. Come diverse sono le esperienze nella nostra scuola.

Quale cultura delle moderne tecnologie
di Rodolfo Marchisio

Innanzitutto vorrei ricordare che la scuola dell’autonomia e della riforma dei cicli è anche e ancora la scuola dei "Nuovi Programmi del "79".
Siamo ancora una scuola innanzitutto "formativa, che orienta e colloca nel mondo".
Cosa dobbiamo far fare allora, come dobbiamo educare i nostri ragazzi?
Cominciamo sfatando un mito:

  Villaggio gloabale, metropoli o accampamento? - Quale villaggio?
  Quale cultura? - Quale democrazia? - Quale scuola? - Bibliografia

Villaggio globale, metropoli o accampamento?

E’ vero come sosteneva P. Bianucci in una tavola rotonda di alcuni anni fa che Internet è ancora un fenomeno di élite (i nuovi alfabeti del villaggio globale) che riguarda pochi milioni di persone in confronto ai 6 miliardi di abitanti del pianeta.
Ricordo di avergli risposto (e molti fatti mi hanno dato poi ragione) che la Rete, fenomeno di élite, sarebbe arrivata nei villaggi e nelle bidonville del terzo mondo prima di una alimentazione decente e di una accettabile qualità della vita. Perché questo faceva comodo ai gruppi economicamente dominanti e perché la cultura delle tecnologie era la cultura esportata dalle economie forti.
Era già successo con la Tv nelle favelas.
Oggi Internet arriva in Africa, dove ci sono tassi di analfabetismo del 60/70% e possiamo domandarci legittimamente quanto questa "merce" sia consumata in modo consapevole e critico.
Per questo vi rimando al saggio di Arianna Dagnino su Gens Electrica, Apogeo 1998, che parla di possibile "colonizzazione digitale".
Se le tecnologie (alcune tecnologie) stanno arrivando nel terzo mondo perché così vuole il sistema produttivo del mondo economicamente avanzato, c’è molto bisogno, sia da noi che tra i nostri concittadini del terzo mondo, di utenti – clienti consapevoli e critici: delle potenzialità delle tecnologie, degli ambienti nuovi di comunicazione, relazione, lavoro, ma anche delle dinamiche del mercato del famoso"villaggio globale".
C’è più che mai bisogno di cittadini (e lavoratori, anche se la parola è desueta), soprattutto nei paesi ad economia forte, consapevoli delle regole, delle potenzialità, dei rischi del "nuovo villaggio" e della "nuova economia".
Resta sospeso un classico interrogativo di fondo: quanto questo villaggio e questa economia siano nuove e quanto siano una forma nuova della economia del capitale di cui seguono alcune regole fondamentali.


  Villaggio gloabale, metropoli o accampamento? - Quale villaggio?
  Quale cultura? - Quale democrazia? - Quale scuola? - Bibliografia

Quale villaggio?

Echevarria (1) contesta, come altri, la stessa logora metafora del "villaggio globale". Questo non sarebbe un villaggio, ma un metropoli, con la sua city (il suo centro economico e direzionale) ed i suoi ghetti.

Ci accorgiamo che, se risulta difficile applicare i consueti parametri di analisi socio- economica ad un tessuto produttivo basato sulla informazione e non sulla produzione di oggetti (siamo passati dagli atomi ai bit), d’altra parte non sono ancora stati costruiti parametri veramente nuovi, forse perché stiamo ancora vivendo il cambiamento. Forse non è un caso che Marx abbia scritto Il Capitale a metà dell’800, dopo oltre un secolo dall’inizio della rivoluzione industriale. Anche se lui scriveva con la penna.

Per fare un esempio: in rete sarebbe lo spettatore, l’utente a produrre plusvalore, spendendo il suo tempo e il suo denaro per vedere spot o banner: quindi sarebbe lui lo sfruttato. Tanto che alcuni gestori di siti si pongono il problema di pagare chi naviga e legge banner.

Altri parlano non di villaggio globale, ma di metropoli o di insieme di accampamenti di tante tribù separate. Ognuna vivrebbe unita al suo interno da un interesse comune, ma spesso ignorando le altre cui potrebbe addirittura essere nemica (ebrei "accanto" a naziskin, ultracattolici a pedofili….).

  Villaggio gloabale, metropoli o accampamento? - Quale villaggio?
  Quale cultura? - Quale democrazia? - Quale scuola? - Bibliografia

Quale cultura?

Questi spezzoni di analisi aprono molti interrogativi sul versante educativo: come analizzare coi ragazzi quanto sta avvenendo nella rete? La rete è un luogo di democrazia o di dominio di alcune forze produttive? Cosa significa essere cittadini della rete? In questo mondo sta dominando e deve dominare la domanda (gli utenti, i cittadini) o l’offerta?
Diamo per scontato che anche nel vecchio villaggio le teorie economiche dei liberali non hanno mai funzionato, perché sono gli stessi che le hanno usate come bandiera che le hanno sempre violate per primi. La storia dei trust e dei cartelli è storia dell’800.
Stiamo comunque parlando di un mondo in formazione ed in forte evoluzione. Sicuramente frontiera da conquistare da parte del mondo della produzione, ma anche terreno di scontro fra diverse culture e diversi interessi economici.
Dove rischiano di prevalere, nel tempo, i poteri forti; mentre la scuola e molti aspetti della cultura sono spesso un potere debole.

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Quale democrazia?

Tutto questo va presentato per quello che è, fuori da metafore logore (villaggio globale) o da utopie dalla vista corta ( la rete come luogo della libertà).
Le tecnologie sono un luogo di scontro, ma anche una potenzialità sul piano di nuove forme di democrazia: pensiamo alle possibilità di aggirare la censura, di far circolare le idee fuori dai canali tradizionali, già controllati, di dire la propria ecc..
Anche se dobbiamo far presente che un tabellone (o un muro), su cui tutti possano scrivere le loro idee può far comodo, ma non sostituisce ancora la democrazia imperfetta conquistata in secoli di storia.

Qualcuno sostiene un po’ pessimisticamente che, come è accaduto sinora, "non saranno gli utenti di Internet a deciderne il futuro, bensì l’evoluzione dei processi di produzione" (2). Insegniamo allora ai nostri ragazzi a conquistare e costruire uno spazio dei valori, della cultura, delle relazioni significative fra persone all’interno della rete. Non frutto spontaneo della tecnologia, ma obiettivo di una battaglia, dentro e fuori la realtà della rete. Sicuramente nella società e nella scuola.
Proviamo ad affermare che tra cultura del libro e cultura delle moderne tecnologie non c’è contrapposizione, ma un salto epistemologico nella continuità, come per le tecnologie di comunicazione precedenti. Facciamo loro sperimentare la continuità fra le tecnologie.
Dimostriamo nella nostra didattica che Internet non è una rete di computer, ma una rete di rapporti significativi fra persone e che la sua novità sono i rapporti di collaborazione e affettivi nuovi, le esperienze psicologiche, relazionali e di lavoro (vedi articolo sul concetto di virtuale dal punto di vista psicologico pubblicato in questo stesso numero).

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  Quale cultura? - Quale democrazia? - Quale scuola? - Bibliografia

Quale scuola?

La novità anche formativa della rete sta nel fatto che ci permette di:

  1. Ricercare informazioni
  2. Fare esperienze personali e stabilire relazioni nuove (vedi articolo sul virtuale dal pun to di vista psicologico)
  3. Collaborare con altri

L’obiettivo dell’introduzione delle tecnologie sarà allora non solo un ragazzo sapiente (che sa le cose) e competente (che sa fare le cose), ma soprattutto un ragazzo consapevole (che conosce il senso delle cose che fa). E poiché la consapevolezza non nasce solo dall’immersione, ma anche dalla riflessione sull’esperienza fatta, non perseguiamo bambini "naturaliter multimediali", ma educhiamo (nel tempo) cittadini consapevoli di questo caotico agglomerato urbano.
Cercheremo di riflettere sul "come".

A chi avrà avuto la pazienza di leggerci sin qua, arrivederci alla prossima puntata.

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  Quale cultura? - Quale democrazia? - Quale scuola? - Bibliografia

Bibliografia

  1. Calvani, Rotta, Comunicazione ed apprendimento in Internet, Erickson 1999
  2. De Carli nel suo saggio in Gens Electrica, Apogeo, 1998

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