edutainment - linearità e ramificazione: luoghi comuni e possibilità concrete
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  Premessa terminologica - Multimedialità - Ipertesto - Modi e stili - Ipertestuale = ?
  Rappresentazione e discorso - La talpa col block-notes - Rete e strati
  Il gioco del primo piano e degli sfondi - Manuale di scrittura ipertestuale
  Ambienti di produzione ipertestuale - Ipernote - Textis - Promenade - Altre vie - Appendice

1. Ipertestuale = ?

Due sono i sensi dell'uso comune del termine ipertestuale.
Il primo, più superficiale, è quello della "tecnica ipertestuale". Si chiama di solito ipertesto un documento strutturato in piccole unità (eventualmente chiamate nodi, o pagine) collegate fra di loro da relazioni di uno o più tipi che fungono da guida nella lettura, la quale avviene in finestre multiple sovrapposte. Sono ipertesti molti CDROM (non tutti), naturalmente i siti Internet, ma anche gli help in linea di quasi tutti i software, e molte altre cose.
Il secondo senso è quello del "galateo ipertestuale". Si tratta di un livello di senso apparentemente secondario, laterale, o comunque più difficile da precisare, ma certamente fondamentale.
Si possono usare - e spesso si usano - strumenti tecnologicamente avanzati, potenti e flessibili, per produrre oggetti che di ipertestuale hanno poco o niente.
Scrivere in modo ipertestuale significa impegnarsi rispetto ad un decalogo di regole non solo tecniche; significa accettare la possibilità di punti di vista multipli, l'assenza di gerarchia, la proprietà condivisa delle idee.
Questo galateo può essere condiviso fin dall'inizio, o anzi essere la ragione principale dell'accostarsi alla scrittura ipertestuale; ma può anche essere imparato poco a poco - e questo sarebbe uno degli aspetti più interessanti dell'intera questione. Si scrive in maniera ipertestuale per imparare a pensare in maniera ipertestuale. Il resto di questo breve scritto è dedicato, per una volta, soprattutto al secondo dei due sensi. Una trattazione abbastanza colloquiale del primo (quello tecnico) è Storia di un ipertesto, Firenze, La Nuova Italia, 1996. Un breve estratto sta in appendice a questo intervento. E' possibile leggere l'introduzione su Internet al sito del LTA http://www.geocities.com/Athens/Forum/9897/edelet.html .

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2. Rappresentazione e discorso

Un versione per lungo tempo accreditata di definizione di ipertesto è quella che ne riconosce la qualità principale in un isomorfismo con le strutture associative della mente.
Scrivere in forma ipertestuale sarebbe la maniera migliore di conservare quella ricchezza di collegamenti che invece andrebbe persa nella linearizzazione forzata cui la scrittura tradizionale la sottopone.
Un ipertesto sarebbe dunque una "fotografia del pensiero". Questa è (oltre che un assunzione incontrollabile di come veramente funzioni la mente indipendentemente dalle rappresentazioni che ce ne diamo - da ogni possibile rappresentazione) un'ingenuità filosofica.
Intanto utilizza una teoria della conoscenza (quella del rispecchiamento) che è rozza e insostenibile.
In questa teoria, di origine platonica, una conoscenza è tanto più vera quanto più assomiglia all'originale di cui è rappresentazione. A questo proposito, già Aristotele dava una lezione di logica al suo maestro. Se una rappresentazione R(A), per essere vera, deve essere adeguata al suo oggetto A, bisognerà confrontare l'oggetto A con la rappresentazione a R(A); per farlo, sarà necessaria una rappresentazione R1(A) dell'oggetto A da confrontare con la rappresentazione R(R(A)) della rappresentazione dell'oggetto R(A), e così all'infinito.
Inoltre una rappresentazione - in certi casi - funziona tanto meglio quanto più è diversa dall'originale. Molto spesso (la percezione di) una cosa viene convenientemente rappresentata su un supporto molto diverso, portatile, replicabile. Una banconota rappresenta una certa quantità d'oro: non assomiglia neppure lontanamente al metallo di cui è rappresentazione, anzi, è stata progettata proprio per non avere quelle caratteristiche dell'originale, come il peso, che ne rendono poco pratico l'uso. Ma non è una rappresentazione a minor diritto di una cartolina o di un quadro impressionista; anche nella veduta c'è una convenzione accettata comunemente che consente di far astrazione da tutto quello che è esterno al rettangolo dell'inquadratura.
Dietro ogni rappresentazione c'è un soggetto per il quale quella è una rappresentazione e un contratto, accettato dal soggetto, che fa di quella rappresentazione una rappresentazione di qualcosa. In qualche modo, ogni rappresentazione è già un discorso.
Se la mente in sé abbia forma reticolare non lo sappiamo; e se anche un ipertesto ne fosse una rappresentazione fedele, potrebbe non essere la migliore.

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3. La talpa col block-notes

Un discorso è un insieme di conoscenze organizzate in funzione di un destinatario preciso. Un ipertesto assomiglia alla rappresentazione sintetica di tutti i discorsi possibili a partire da certe conoscenze.
Realizzare (rendere reale da semplicemente possibile) un determinato discorso vuol dire seguire un certo percorso tra tutti i possibili; è l'azione che si avvicina di più alla lettura, senza mai coincidere completamente con questa.
Certo ci sono alcuni discorsi che si prestano meglio di altri ad essere rappresentati con un ipertesto.
Un ipertesto si presta molto bene a rappresentare tutte le conoscenze incomplete, in cui si comincia a tracciare delle relazioni senza pretendere di colmare tutte le lacune o collegare tutti i nodi.
E' il block-notes per eccellenza. Schizzi, schemi , disegni, note, richiami, sigle: tutto è ammesso a pari diritto. Il frammento in attesa di sistemazione ha la stessa dignità della dimostrazione conclusa.
Ambiti di conoscenza di questi tipo sono in realtà molto frequenti. Tutte le attività di ricognizione del mondo (interno o esterno, mentale o fisico) attraversano fasi in cui le operazioni di prendere appunti e tracciare frecce prevalgono sui riassunti e le introduzioni; alcune poi permangono in questa fase, con maggiore o minore scorno. Le sistemazioni che avvengono di tanto in tanto hanno spesso l'effetto collaterale di cancellare - dalla memoria o dalla biblioteca - tutti gli appunti già presi.
Per esempio, l'insieme delle relazioni di conoscenza di una persona è un reticolo mai completo. Descrivere in maniera non ipertestuale questo insieme è difficile; farlo in modo non ridondante è impossibile ("Mario è amico di Gino, che è un collega di Carlo e di Franca; Carlo a sua volta conosce di vista Mario, mentre Franca abita nello stesso condominio di Eugenia, la sorella di Mario…")
Un altro esempio potrebbe essere l'argomento di questo scritto.
Queste zone di conoscenza sono adatte alla rappresentazione ipertestuale anche per un altro motivo: in esse non prevale (ancora?) un unico punto di vista, ma ci sono molti angoli di visuale differenti
In un ipertesto c'è, necessariamente, un punto di vista.
Ma questo punto di vista non è superiore al testo, come nella scrittura lineare, bensì interno.
A rigore, non è la vista è il senso che metaforicamente presiede alla lettura, ma piuttosto il tatto o l'udito. Non l'occhio di Apollo ma l'orecchio di Vulcano.
"Interno" significa che:
· chi percorre la rete è, in ogni momento, in un punto particolare (un nodo);
· da qui può spostarsi solo lungo certe direzioni prestabilite (legami d'autore) o secondo dei passaggi che ha contribuito a creare lui stesso (legami dinamici);
· la visione totale della rete (con la possibilità di accesso diretto ad un nodo qualsiasi) non è necessaria; possono però esistere mappe di vario genere, con strumenti di ricerca, filtro, etc., tramite i quali provvisoriamente si assume il "punto di vista di Dio".
Il lettore (ma si vede come questo termine sia improprio) è una talpa che percorre gallerie esistenti, esita di fronte a bivi di cui non vede l'esito finale, torna indietro sulle sue orme, crea scorciatoie trasversali tra gallerie parallele.
Disponendo per principio degli stessi strumenti di chi ha tracciato originariamente quelle gallerie, ogni lettore è chiamato ad essere autore.