Fare e capire il digitale - 6. Il mio Maestro personale Inviato Domenica, 09 dicembre 2001 ore 23:48:32
|
 |
Il mio maestro non sa nulla di
computer, e se è per questo non è neanche un vero maestro,
nel senso che non ha una scuola, non ha metodi, teorie, principi, insomma
non vuole insegnare niente a nessuno. Per essere precisi, è uno zio
per parte di padre che vive in campagna. |
Succede semplicemente questo: quando
non riesco a venire fuori da un problema e giro in tondo per troppo tempo, con
la scusa di prendere una boccata d'aria salgo sulla vecchia Guzzi e lo vado
a trovare nella sua casa appena fuori dal Raccordo Anulare. Se non piove, lo
vedo da lontano mentre sta facendo qualcosa nel giardino, come potare un albero
o innaffiare i pomodori, o riparare un paletto della recinzione (sostituire?
mai!). Non ha più voglia di grandi lavori e da quando si è trasferito
qui si contenta di un orto piccolissimo con qualche filare di alberi da frutta:
due meli, un pero, vari susini e amareni, un gelso di cui è molto fiero,
qualche fico e due o tre noccioli. Per un po' di tempo mi limito a guardare,
a chiedere qualche spiegazione. Quando ha valutato che ho lasciato da parte
l'ansia, che si è depositata "come sul fondo di un pozzo", e dopo qualche
cortesia di rito (vuoi qualcosa di fresco, cogliti un paio di fichi che sono
fatti, quest’anno le amarene vengono bene), si decide a lasciarmi parlare del
mio problema. In realtà a lui piace ascoltare, più che parlare.
Non so se questo gli sia stato utile nella vita, a volte certi doni finiscono
sprecati. Mi vengono in mente pochi mestieri in cui ascoltare sia più
importante che parlare, e sicuramente lui non ne ha fatto nessuno. Allora comincia
il bello: ci sediamo sotto al gelso gigante che campeggia davanti alla casa
e siccome lui non ha nessuna idea di quello di cui sto parlando, diciamo dei
contorni materiali della cosa, mi costringe a riassumere, a sintetizzare, a
metaforizzare più volte la questione. Io sbuffo, esito, ma lo faccio
(sono venuto apposta). A forza di raccontare la stessa storia in tanti modi
diversi, la forma del problema emerge sempre più chiaramente, almeno
per me, e si stacca dalla sua materia. A questo punto potrebbe essere un problema
di scacchi, o di matematica, o una trama contorta di un giallo. Per un po' continua
a dire che non capisce, poi inizia a verificare se ho provato le soluzioni standard,
poi cerca di suggerirmi strade nuove, a volte francamente assurde. Le prendo
tutte sul serio, anche quelle più paradossali, perché non si sa
mai. In qualche modo, abbiamo messo a punto una specie di prontuario di trucchi,
un glossario di strategie, un campionario di tecniche, che ci permette di risparmiare
tempo nella discussione. Per esempio: "Rovesciare il guanto": a volte basta
invertire il punto di vista. "Salire al piano di sopra": creare un livello di
rappresentazione in cui le azioni diventano oggetti di azioni di livello superiore
"Lasciare che il problema si risolva da solo": utilizzare qualche forma di ricorsività.
E così via. Un giorno ci decideremo a mettere questo dizionario per iscritto
e sarà un successo editoriale.
Non succede mai - o molto raramente - che dopo la mezz'ora che gli posso dedicare
il problema sia chiarito o addirittura risolto. Comunque me ne vado rilassato,
in qualche modo meno "attaccato" al mio problema. Vagamente mi dico che primo
o poi lascerò i computer e verrò anch'io qui a coltivare lattuga
e scarola, poi mi dimentico di tutto e al primo semaforo sono già di
nuovo immerso nella mia vita affannata.
E il miracolo succede dopo, un giorno o anche un'ora, magari proprio sulla strada
del ritorno, o più tardi nella notte, un attimo prima dell'arrivo del
sonno. Lui continua a proclamarsi innocente, ma siccome gli fa piacere che qualcuno
lo vada a trovare non insisto più di tanto ad accusarlo. Io non riesco
a rintracciare una relazione sicura di causa-effetto tra le sue parole e la
soluzione del mio problema. Ma è come per i gatti neri, gobbi e cornetti:
uno finisce per riconoscere che "male non fa, tanto vale...". Qualcuno dice
anche che il Maestro non esiste, che me lo sono inventato. Invidia. Naturalmente
anche questo è possibile, ma non cambia granché la faccenda. Quando
non riesco a venire fuori da un problema e giro in tondo per troppo tempo, con
la scusa di prendere una boccata d'aria salgo sulla vecchia Guzzi...
Ipertesto come modalità di pensiero
Il termine "ipertestuale" è stato usato in
questi anni in almeno due sensi diversi da tutti quelli che a vario titolo se
ne sono occupati (compreso il sottoscritto). Il primo senso, più superficiale
ma più comune, è quello della "tecnica ipertestuale".
Si chiama di solito ipertesto un documento strutturato in piccole unità
(eventualmente chiamate lessie, nodi, o pagine) collegate fra di loro da relazioni
di uno o più tipi che fungono da guida nella lettura, la quale avviene
in finestre multiple sovrapposte. Sono ipertesti molti CDROM (non tutti), naturalmente
i siti Internet, ma anche gli help in linea di quasi tutti i software, e molte
altre cose.
Il secondo senso è quello del "galateo ipertestuale".
Si tratta di un livello di senso apparentemente secondario, laterale, o comunque
più difficile da precisare, ma che mi sentirei di definire invece fondamentale.
Si possono usare – e spesso si usano - strumenti tecnologicamente avanzati,
potenti e flessibili, per produrre oggetti che di ipertestuale (in questo secondo
senso) hanno poco o niente.
Scrivere in modo ipertestuale significa impegnarsi rispetto
ad un decalogo di regole non solo tecniche; significa accettare la possibilità
di punti di vista multipli, l’assenza di gerarchia, la proprietà condivisa
delle idee. Questo galateo può essere condiviso fin dall’inizio, o anzi
essere la ragione principale dell’accostarsi alla scrittura ipertestuale; ma
può anche essere imparato poco a poco – e questo sarebbe uno degli aspetti
più interessanti dell’intera questione. Si scrive in maniera ipertestuale
per imparare a pensare in maniera ipertestuale.
Senza ripetere le considerazione già fatte in altra
sede, gli aspetti interessanti della tecnologia digitale matura sono quelli
per cui essa è per sua natura flessibile, plurale, virtuale, omogenea.
Sono qualità intrinseche alla natura digitale dell’informazione, ma possono
essere facilmente nascoste o rese inaccessibili.
Per dirla in maniera brutale: non ci sono da una parte software
non ipertestuali e dall’altra ipertesti. Ci sono applicazioni digitali
che sono state rese forzatamente non ipertestuali e applicazioni digitali
tout court.
Quella tra linearità e reticolarità non è un’opposizione,
ma una inclusione parte-tutto. Una sequenza è un particolare percorso
di una rete. Una sequenza è un percorso possibile, virtuale, che viene
reso attuale, reale, e diventa perciò l’unico percorso.
La forma ipertestuale permette di rappresentare tutte le ramificazioni, lasciando
libero l’interpretante di fruirne al livello che crede. Per esempio, in un testo
argomentativo la deduzione ("e quindi") poggia su premesse non esplicitate
e condivise più che su informazioni esplicitate nel discorso deduttivo
vero e proprio. Una rappresentazione ipertestuale permetterebbe di fornire,
al limite, tutte queste premesse implicite.
Non ci sono oggetti ipertestuali. Tutti i documenti
finiti possono essere interpretati come parti di reti più grandi e ad
esse ricondotti.
"Ipertestuale" è una modalità, un avverbio e non un
aggettivo né tantomeno un sostantivo."Ipertestuale" è
uno stile d’analisi e di rappresentazione, applicabile a qualsiasi tipo di discorso
e reso concretamente possibile dalla tecnologia digitale.
|
|
| |
|
Collegamenti
|
 |
|